08/04/2014

Social (menti) e i suoi deviati

Linamaria Palumbo

Linamaria Palumbo

Tanto per essere chiari: questo non è un post con l’impostazione da esperta del settore, per tanto chiunque decida di arrivare all’ultima riga con l’aspettativa di aver trovato la quadratura del cerchio potrebbe rimanere altamente deluso.
Niente tecnicismi o paroloni, solo considerazioni dell’uomo della strada con qualche attenzione a carattere sociologico.

Tanto per essere chiari: questo non è un post con l’impostazione da esperta del settore, per tanto chiunque decida di arrivare all’ultima riga con l’aspettativa di aver trovato la quadratura del cerchio potrebbe rimanere altamente deluso.
Niente tecnicismi o paroloni, solo considerazioni dell’uomo della strada con qualche attenzione a carattere sociologico.

C’era una volta il diario segreto, quell’oggettino che si nascondeva sotto il materasso con tanto di lucchetto.
Oggettino che nascondeva di tutto: dai segreti dei primi amori, alle considerazioni sul senso della vita; dalle incomprensioni con i genitori alle litigate con gli amici.
Lo stesso oggettino era anche il protagonista del riesame del contenuto.

Lo dico meglio: succedeva che passata la mareggiata, l’amarezza e il dissapore, quelle pagine scritte in preda alla tempesta emotiva e di getto, venivano rilette, sempre nel segreto della propria camera e mai ad alta voce, e in quel momento esatto si veniva travolti da quella strana sensazione che era un misto tra vergogna, imbarazzo e, soprattutto, quella specie di presa di coscienza che ci faceva sentire cresciuti, rispetto alla situazione della pagina letta.
Una cosa che, a raccontarla a gente nata dopo gli anni ottanta, sembra un aneddoto antidiluviano!

Oggi l’attività è praticamente la stessa, solo il medium è diverso.
I protagonisti sono sempre gli stessi: gli amori, le liti tra amici, le incomprensioni genitori/figli e pure i brufoli.
Il grande assente è il Caro Diario, sostituito per l’occasione, da Facebook, Twitter e tutti gli altri.

Il materasso che custodiva il nostro vecchio confessore, è diventato una bacheca.

Ad esaminare quella confessione, non è più il singolo autore del peccato, ma i nostri seicento amici (che pure lì ci sarebbe da ridefinire il concetto di amicizia), che in tempo reale valutano, commentano e fomentano, in più declinazioni, il nostro cuore infranto; tradimento di rapporto o scazzo* domestico.

(*vocabolo dalle antiche origini, ufficialmente sdoganato dalla censura, grazie alla liberazione avvenuta per mano dei social)

È chiaro all’urbe e all’orbi che non si può applicare questo ragionamento a carattere generale ma, onestamente, tra quei seicento amici chi di voi può sostenere di non averne manco uno che risponda a quell’identikit?

A scuola, una delle cose che insegnano, è il modo per identificare le necessità di un utilizzo di differenti linguaggi per differenti contesti.
Forse le metodologie giuste per esprimersi sul 2.0 e sui social, ancora non le insegna nessuno e, probabilmente, è per questo che il risultato, spesso, è quello dei comunicatori improvvisati.

Sto demonizzando i social? No.
Dire che i social siano pericolosi è come sostenere la tesi di smettere di produrre coltelli perché qualcuno potrebbe usarli come pugnali.
In attesa che passi questo limbo in cui tutti stiamo imparando, da cavie, come usare questi potenti strumenti, l’uomo della strada si diverte a osservarne i fenomeni… e magari a riderci pure su, quindi: to be continued…

Foto di Linamaria Palumbo, quindi memedesima quando non sto on line

Nella foto : Quasi tutte le mie passioni ;)

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